02/02/2012
I GIGANTI, FRA MITOLOGIA GRECA E BIBLICA
Questo mio seguente breve saggio è contenuto in AA.VV., Musa bertoniana, Udine, 2011.
«Quivi dimorava un uomo smisurato e deforme che, solo, pasceva separatamente le greggi, e stando in disparte conosceva uno stile di vita senza legge, e infatti era stato reso mostruoso alla vista e non assomigliava a un uomo che mangia pane, bensì ad un massiccio selvoso d'alte vette, che appare lontano dagli altri»1.
Questa la descrizione di Πολύφημος (Polifemo), fratello dell'omonimo argonauta figlio di Ποσειδων (Poseidone)2. In questa creatura si imbatte ’Οδυσσεύς (Odisseo, Ulisse), catturato insieme con alcuni compagni, in numero di dodici, da Polifemo. Il numero dodici ricorre nelle tradizioni di differenti civiltà ed è sovente associato ai compagni che seguono l'eroe, sia esso il dio egizio Horus, il Moreh ha-Tseddeq qumrânico, Gesù Cristo o, in questo caso, Odisseo.
Nel brano sopra riportato, Polifemo viene descritto come un gigante, «un massiccio selvoso d'alte vette» persino. Il suo essere «smisurato e deforme» contrasta apertamente con il concetto ellenico di καλοκαγαθία, di cui è emblematico il celeberrimo canone di Policleto. L'uomo deve essere bello sia esteriormente, sia interiormente, e quindi retto, non in senso moralistico o post-socratico, bensì nella accezione pre-cristiana del termine, nel senso di giusto agli occhi della comunità, della città, la πόλις, di cui era emblema la piazza, l'’αγορά. Ecco farsi vivo il tema aristotelico dell'uomo come “animale politico”, animale che si dedica, oltre che all'etica, anche alla vita pubblica, politica appunto, per cercare di raggiungere la felicità, vale a dire la “vita secondo ragione”.
La concezione greca di uomo, di cui la πόλις non è che la rappresentazione di questo inteso come “collettività”, “società”, è in evidente contrasto con la figura del gigantesco Polifemo, il quale «separatamente» conduce uno «stile di vita senza legge» e «lontano dagli altri».
Anche la caratterizzazione di Polifemo pastore di greggi è significativa, se inquadrata in quest'ottica. Risalendo agli albori della storia, si può confrontare il conflitto fra l'uomo Ulisse e il pastore Polifemo con quello mesopotamico, narrato nell'Epopea di Gilgameš, in cui viene descritta la vittoria dell'eroe, Galgamiš o Giš.gim.maš, su En-ky-du, brutale “uomo selvaggio” che non conosce l'agricoltura, così come Polifemo, che ignora il vino, di cui finisce, al pari del biblico Noah (Noè), per inebriarsi.
Polifemo dunque è il diverso, il barbaro che non conosce civiltà. Il fatto che nel chiedere aiuto Polifemo non riesca a comunicare il suo dolore agli altri ciclopi, a mio avviso, può essere indice anche della sua apolitia, oltre che dell'astuzia d'Odisseo.
Lo scontro fra il mostro e l'eroe (archetipo mitologico presente dalla Scandinavia di Thor e Jormungdan, la perfida serpe di Mitgard, alla valle dell'Indo di Indra e del mostro Vritra) cela un conflitto etnico-culturale fra gli Elleni (coltivatori di viti e ulivo) e i barbari, dipinti come pastori. È proprio la pastorizia a costringere l'“apolide” a una condizione di semi-nomadismo, antitetica alla civiltà dell'agricoltore sedentario. Tale conflitto etnico-culturale è ben evidenziabile nei fatti storici e negli scontri bellici che interessarono la Fertile Mezzaluna a partire dalla XIV dinastia faraonica, quando popolazioni di pastori semi-nomadi (tendenzialmente Khurriti o Semiti) cominciarono a penetrare in Egitto. I nomadi vennero descritti come “rozzi, rudi e bellicosi” nei testi egizi, i testi di una terra che, al pari della Grecia, viveva prevalentemente di agricoltura e pesca.
Ma gli stessi nomadi che, dopo la loro espulsione dall'Egitto nel XVI secolo a.C., andarono a formare i clan proto-israelitici sedentarizzatisi descrissero a loro volta come “barbari” incivili le popolazioni loro nemiche, come i Filistei, di origine mediterranea, ma indoeuropea. Come non ricordare la lotta fra il re Dwad, David di Giuda e Israele, con il gigante Golia, filisteo. Così come nell'opera omerica, ancora una volta il piccolo David sconfigge con l'astuzia il grande ma stolto Golia, assimilabile a Polifemo, che «non assomigliava a un uomo che mangia pane».
Il tema del “pane” diviene significativo se si comprende come esso sia proprio il frutto del lavoro della civiltà, l'agricoltura, che segna il passaggio da Paleolitico e Neolitico. Lo stesso re David era oriundo di Betlemme, Beth-lehem, letteralmente “la dimora del pane”, alimento ritenuto sacro anche dai faraoni, re di agricoltori sedentari e adoratori della dea del pane, segno di civiltà, nel tempio di Serâbit el-Khâdim, sul presunto monte Horeb, nella penisola montuosa del Sinai3.
Un conflitto culturale pertanto a contrapporre Ulisse e Polifemo; a dividerli il passaggio da Paleolitico, caratterizzato dal culto matriarcale della Grande Madre, a Neolitico patriarcale. Non a caso i giganteschi titani, nella Teogonia di Esiodo, vengono sobillati alla rivolta contro Ο’υρανός (Urano) proprio da Γέα (Gea), dea della Terra, a cui, sin dai primordi della civiltà cretese, erano sacri i serpenti. E proprio la figlia del mostro femminile Σύβαρις (Sibari) della Focide genererà gli Ofiogeni, i “figli del serpente”4. E ancora, il gigante Ανθεύς (Anteo), sconfitto dall'eroe semidivino Eracle, è figlio di Gea5. Gea suggerisce il tradimento paterno ai titani suoi figli, e poi a Rea quello ai danni di Crono. Il femminino, la Terra, viene quindi inteso come il portatore del tradimento, come nella figura biblica e sumerica di Khâwâkh, Eva.
L'incontro-scontro fra Ulisse e Polifemo dunque non è solo un mito narrato in un poema, ma è la descrizione di una cultura, è lo specchio dei sentimenti, delle passioni e – perché no? – anche degli odi e dei pregiudizi che animavano un popolo, una civiltà, la Grecia.
Andrea Di Lenardo
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IL LOCUS AMOENUS IN SAFFO E NELLA "GENESI"
Questo mio seguente breve saggio è contenuto in AA.VV., Musa bertoniana, Udine, 2011.
«Vieni da Creta a questo sacro tempio
dove cresce per te un amabile bosco
di meli e degli altari si leva
fumo d'incenso,
e di là dai rami dei meli sussurra un fresco ruscello, ovunque s'allargo
ombra di rose, da mormoranti fronde
stilla sopore,
il prato delle cavalle
è in germoglio di fiori primaverili,
dolce soffia la brezza [...]
[...]
cingiti qui della tua benda, Cipride,
in coppe d'oro con un lieve gesto
versa nettare divino mescolato alla festa»1.
Ricchi di partecipazione emotiva di versi di Saffo, propri ancora una volta non di un'illuminazione estatica individuale, bensì frutto di un ambiente fraterno, sacro, in cui alla base della vita comunitaria stava la religiosità e la devozione ad Afrodite, dea dell'amore, della primavera, della fertilità, della rinascita – dea che viene invitata al tempio di Mitilene, descritto come un locus amoenus.
Ecco imbatterci nella presentazione di questo tema, il locus amoenus, associato a due concetti principali, vali a dire la “giovinezza dell'umanità” e l'epoca di gioia, spensieratezza, innocenza e abbondanza che la accompagnava. Il tempio della dea, presumibilmente derivata dalla Grande Madre minoica, che viene «da Creta»2, è quindi una sorta di Eden biblico, «un amabile bosco / di meli»3, in cui «ovunque s'allarga / ombra di rose»4. Descritti soavemente in questo frammento di coccio (ostrakon), i mali e le rose erano associati ad Afrodite e, in generale, al femminino sacro. Non a caso una mela venne associata nella demonologia medievale a Eva (Khâwâkh, la “vita”, la gnostica Zoe) e al serpente (Samaelha-khâwâkh) dell'Eden (hedin) biblico. Associato alla rinascita della natura, il momento della ripresa delle pulsioni sessuali, è anche il «germoglio di fiori primaverili»5. Il fiore impiegato nell'antichità, dalla Babilonia di Ištar e la Siria di Afrodite-Mari alla Grecia di Cipride, per simboleggiare la personificazione dell'amore, così come avviene ancora oggi, era naturalmente la rosa, termine che in latino, nelle lingue romanze e anche in tedesco ed inglese ha la stessa radice consonantica del greco Eros, Cupido, dio dell'amore.
Immancabile, in codesto sublime quadro paradisiaco, «un fresco ruscello»6, superba raffigurazione dell'acqua, vista come fertile scaturigine di tutto ciò che è vita, come per Apsu/Abzu (l'acqua salata) e Tiâmat (l'acqua salata) dell'Enûna Eliš e delle Tavolette di Kutu, la Morgaine/Ourgein celtica, nome legato tanto al “mare” quanto alla “madre” o ancora il divino fiume arcadico Alfeo, nome derivato dal fenicio khaleph, inteso come inizio, origine, ’αρχή.
Infine è ulteriormente affascinante il probabile riferimento alle bende rituali («cingiti qui della tua benda»7) che si cingevano durante i sacri rituali primaverili in onore della dea Afrodite – rituali che potrebbero ancora una volta indicare la rinascita della natura, della fertilità, della pulsione amorosa dopo la “morte” dell'inverno (le bende), forse un triste simbolo per l'inevitabile abbandono del tiaso da parte delle amate fanciulle, agli occhi della dolce Saffo.
Andrea Di Lenardo
1Saffo, Fr. 2 V., trad. G. Guidorizzi, in R. Rossi, U.C. Gallici, G. Vallarino e A. Porcelli, ٔΕλληνικά - 1B, Varese, Mondadori, 2005, p. 146.
2V. 1.
3V. 2, 3.
4V. 4, 5.
5V. 10.
6V. 6.
7V. 13.
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20/11/2011
GIUSEPPE FLAVIO E' REALMENTE ESISTITO?
Giuseppe figlio di Mattia, secondo la concezione tradizionale, è uno storico ebreo romanizzato. Da combattente fariseo della Prima Guerra Giudaica, tradì il proprio popolo, schierandosi con l'oppressore romano e venendo così adottato dai Flavii. Acquisì così il nome di Tito Flavio Giuseppe e scrisse alcune importanti opere sulla storia del popolo d'Israele.
Ma le cose andarono veramente così?
Vi è una particolare teorica, secondo cui Flavio Giuseppe non sarebbe altro uno pseudonimo di Ario Calupurnio Pisone, Governatore della Siria, uno dei più influenti aristocratici romani, nonché responsabile della conquista, da parte di Tito Flavio Vespasiano (Vespasiano), del principato. A sostenerlo è lo studioso Abelard Reuchlin nel suo libro The True Autorship Of The New Testament1.
Secondo l'autore, furono membri o amici della gens dei Pisoni a iniziare quel processo (che si concluse, almeno per quanto concerne la sua fase romana, con Costantino I il Grande) mitocrasico e teocrasico che originò il Cristianesimo a partire dal Messianismo giudaico e dai culti misterici pagani. I Pisoni avrebbero persino scritto la quasi totalità del Nuovo Testamento (N.T.).
Se questa teoria dovesse essere vera, l'albero genealogico di Flavio Giuseppe (o meglio Ario Calpurnio Pisone) da essa (e dagli scritti attribuiti a Giuseppe e ad altri genealogisti modenri) derivato e da me ricostruito si dovrebbe presentare così: Ario Calpurnio Pisone (detto anche Tito Flavio Giuseppe o Paolo/Saulo di Tarso), Governatore della Siria, generò Proculo (detto anche Policarpo o Simon Pietro), Giulio (detto anche Giovanni Evangelista o Clementi di Roma), Alessandro (detto anche Andrea apostolo) e Tullio Giusto Pisone (detto anche Giustino o Giacomo apostolo), padre di Giuliano (detto anche Papia). Una nipote di Ario Calpurnio Pisone andò in sposa a Plinio il Giovane (detto anche sant'Ignazio o Massimo), mentre un'altra sua parente, Claudia Febe (detta anche Claudina o Pompeia Plotina) sposò l'imperatore Traiano.
Ario Calpurnio Pisone era figlio di Lucio Calpurnio Pisone (ucciso nel 65 d.C. da Nerone), di cui era nipote Antonino, imperatore romana dal 138 d.C. Se bisogna identificare Ario Calpurnio Pisone con Tito Flavio Giuseppe, allora egli ebbe anche un fratello di nome Mattia. Allo stesso modo Lucio Calpurnio Pisone va identificato con Mattia, padre di Flavio Giuseppe. L. Calpurnio Pisone sarebbe dunque figlio di Giuseppe, figlio di Mattia, figlio di Mattia Aflvai, figliodi Simone Psello della Casa di Joarib (secondo la genealogia ebraica di Giuseppe), discendente di Calpo figlio di Numa Pompilio, Re di Roma (secondo la genealogia romana dei Pisoni).
La moglie di Mattia Aflia, e madre di suo figlio Mattia, era figlia di Gionatan Maccabeo, figlio di Mattatia di Mudian, figlio di Giovanni, figlio di Simone, figlio di Asmoneo, discendente di Jarib, tris-nipote di Hilkia della Tribù di Levi.
Gionata Maccabeo, padre della moglie di Mattia Aflia, era fratello di Simone Maccabeo, padre di Giovanni Ircano I, padre del nonno paterno di Ezechia di Gamala, padre di Giuda il Galileo (Giuda di Gamala), padre di Giacomo (il Giacomo di Alfeo del N.T.), Menakhem (il Giuseppe/Iose del N.T.), Simone (Simone lo Zelota/Simone il Cananeo, Simone Iscariota e Simoneone bar Cleofa per il N.T.) e Giuda (identificato con Teuda, Giuda Iscariota/Taddeo/Lebbeo/Addeo/Giuda Zelota/Giuda il Cananeo per N.T. E persti apocrifi), padre di Giacomo il Giusto (morto nel 62 d.C.), come rivela l'apocalittica gnostica.
Ma Giovanni Ircano I, oltre al nonno paterno di Ezechia di Gamala, generò anche Alessandro Gianneo (morto circa nel 70 a.C.), che, con Alessandra Salomé, generò Aristobulo II, padre di Alessandro, marito di sua cugina di primo grado Alessandra, figlia di Ircano II (morto circa nel 30 a.C.), figlio di Alessandro Gianneo, e fratello di Aristobulo II. Alessandro e Alessandra generarono Mariamne I (Marianna I), moglie di Re Erode I il Grande di Giudea, di cui una pro-nipote sposò proprio Lucio Calpurnio Pisone.
La famiglia di Gesù fu modellata sulla famiglia di Giuda il Galileo, come spiega il defunto Luigi Cascioli, ma anche sulle famiglie aristocratiche dell'epoca (tutte imparentate fra loro come quelle di oggi), vale a dire i Pisoni, gli Erodi, gli Antonini e gli Asmonei, che comunque erano imparentati con i rivoluzionari di Gamala, come Giuda il Galileo, di origine maccabea. È stato inoltre ipotizzato anche Flavio Giuseppe (Ario Calpurnio Pisone) discenda anche dalla casata sacerdotale dei Caifa, imparentati con gli Anna.
Non a caso infatti Eucaria, madre di Lazzaro di Betania, discenderebbe dagli Asmonei secondo l'agiografia cristiana. A mio avviso Eucaria era figlia di Giuda il Galileo e, con Giàiro (Jair), discendente del Giudice israelita Ira lo Iairita, generò Eleazar (Lazzaro), capo degli zeloti a Masada, nel 73-74 d.C.
Marta di Betania sarebbe l'emorroissa miracolata da Cristo, ma secondo altre versioni la stessa donna si chiamerebbe Berenice (Berenike o Prounike), nome erodiano, che corrisponde anche a quello di Veronica, la discepola del celeberrimo velo.
Per non parlare di Mariamne, che, secondo gli Atti di Filippo, sarebbe il vero nome di Maria, nome a sua volta troppo presente nel N.T.
O ancora Paolo di Tarso (ancora Ario Calpurnio Pisone), che si definisce parente di Erodione, che, secondo il qumranologo Robert H. Eisenman, andrebbe identificato con Erode Agrippa I o con Erode Agrippa II.
Approfondirò ancora queste tematiche nella mia futura trattazione Alessandra, la Culla del Cristianesimo.
1A. Reuchlin, The True Autorship Of The New Testament, Kent, WA, Abelard Reuchlin Foundation, 1979.
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12/10/2011
SOSTENITORI DELL'INESISTENZA STORICA DI GESU' DETTO IL CRISTO
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Andrea Di Lenardo
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Bernard Dubourg
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Bruno Bauer
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David Donnini
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Earl Doherty
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Ennio Montesi
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Friedrich Pfister
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Georges Las Vergnas
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Georges Ory
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Guy Fau
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Jean Astruc
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Jean Meslier
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John M. Robertson
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Luigi Cascioli
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Maurice Mergui
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Paul Henri Thiry d'Holbach
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Paul-Louis Couchoud
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Prosper Alfaric
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Raoul Vaneigem
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Richard Simon
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Roland Tournaire
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Serge Bardet.
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24/09/2011
TUTTI I TESTI GNOSTICI
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Apocalisse di Adamo
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Apocrifi di Giovanni
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Apocrifo di Giovanni
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Atti di Pietro e dei dodici apostoli
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Atto di Pietro
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Concetto del nostro grande potere
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Detti di Sesto
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Dialogo del Salvatore
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Discorso sull'ottavo e sul nono potere
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Esculapio
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Esegesi dell'anima
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Eugnosi il benedetto
-
Insegnamento autoritario
-
Interpretazione della conoscenza
-
Ipostasi degli arconti
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Libro di Tommaso
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Origine del mondo
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Pensiero di Norea
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Perfetta mente del tuono
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Preghiera di Paolo
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Preghiera di ringraziamento
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Repubblica (di Platone; scritto ovviamente non in ambiente gnostico, in quanto precedente alla nascita dello Gnosticismo, ma adottato e studiato dai seguaci della gnosi)
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Sophia di Gesù
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Sul battesimo
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Sull'eucaristia
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Sulla consacrazione
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Testimonianza della verità
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Trattato sulla resurrezione
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Trattato tripartito
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Vangelo degli Egiziani
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Vangelo della verità (di Valentino)
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Vangelo di Filippo
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Vangelo di Giuda (?1)
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Vangelo di Maria
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Vangelo di Tommaso2.
1Si veda H. Krosney, Il Vangelo perduto, Roma, National Geographic Society, 2006.
2Si veda J.M. Robinson, The Nag Hammadi Library: A translation of the Gnostic Scriptures, Editori HarperCollins, W. Hopper, Guida irriverente alle religioni del mondo, Cesena (FC), Macro Edizioni, 2010, pp. 136, 137, L. Moraldi (a cura di), I Vangeli gnostici, Milano, Adelphi Edizioni, 2009, M. Mayer (a cura di), I vangeli gnostici di Gesù, Vercelli, National Geographic Society, 2007 e H. Krosney, Il Vangelo perduto, Roma, National Geographic Society, 2006.
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20/09/2011
MARTA DI BETANIA O LA VERONICA DEL VELO
Riporto scritto che pubblicai su Wikipedia1: «Il nome "Marta", "Martha" o "Mara" significa "maestra" in aramaico antico. Secondo la "Legenda Aurea" di Jacopo da Varazze o Varagine2, la donna emorroissa guarita da Gesù sarebbe Marta di Betania, anche se il "Vangelo di Nicodemo"3 identifica l'emorroissa con Veronica (moglie di Zaccheo, pubblicano di Gerico). La tradizione orientale chiama la miracolata col nome di Berenice (il nome della figlia di Erode Agrippa II4.
Questa identificazione di Marta di Betania con Veronica potrebbe essere provata anche dal fatto che entrambe evangelizzarono l'attuale Provenza (Legenda Aurea)5. Tuttavia, secondo la tradizione popolare Veronica sarebbe stata la moglie di Zaccheo, mentre a detta dell'autore della Legenda Aurea6, Marta sarebbe morta vergine. In ogni caso, è importante ricordare che la "verginità" o la presunta "verginità" era una caratteristica molto apprezzata in ambiente cristiano e forse è da intendere come segno di purezza spirituale, anziché come una prova della reale castità di Veronica/Berenice la Maestra ("maestra" = "Marta").
Infine, la tradizione popolare identifica Veronica con la figlia della donna siro-fenicia-cananea. Se Marta è identificabile con Veronica, allora la donna siro-fenicia (madre di Veronica) sarebbe Eucaria (madre di Marta; vedi Legenda Aurea7). Un'ulteriore conferma di ciò è rappresentata dalla precisazione di Jacopo da Varazze riguardante l'origine del marito di Eucaria (il padre di Marta), che, secondo la Legenda Aurea8 sarebbe oriundo della Siria [e per questo chiamato “Siro”], proprio come sua moglie Eucaria, la donna siro-fenicia-cananea (discendente degli Asmonei che abitavano a Gamala e spesso si recavano in Siria, come nel caso di Giuda il Galileo e di suo padre Ezechia di Gamala9»10.
2Jacopo da Varazze/Varagine, Legenda Aurea.
3“Nicodemo”, Vangelo di Nicodemo.
4Cfr. R.H. Eisenman, Codice Gesù, Piemme.
5Jacopo da Varazze/Varagine, Legenda Aurea.
6Jacopo da Varazze/Varagine, Legenda Aurea.
7Jacopo da Varazze/Varagine, Legenda Aurea.
8Jacopo da Varazze/Varagine, Legenda Aurea.
9Cfr. L. Cascioli, La favola di Cristo.
10A. Di Lenardo, Identificazioni, alla voce “Marta di Betania”, in http://it.wikipedia.org/wiki/Marta_di_Betania.
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YEHOHANAN BEN ZAKKAI
Riporto scritto che pubblicai su Wikipedia1: «Il nome ebraico Yochanan ben Zakkai, traslitterato in italiano è Giovanni figlio di Zaccheo. Il significato del nome Giovanni è "grazia di Yahweh" (vedi "Gesù, l'Uomo" di Barbara Thiering), mentre Zaccheo, in aramaico antico, significa il "giusto", il corrispondente dell'ebraico "zaddik" o "tzaddik" (vedi "Giacomo, il Fratello di Gesù" di Robert H. Eisenman). Zaccheo è un diminutivo di Zaccaria (Zekarya in ebraico). Il nome Yochanan è una contrazione di Jehochanan o Jehohanan. Yochanan talvolta si ritrova anche traslitterato in Yohanan o Ioanan (vedi "Vangelo di Luca" in italiano, capitolo terzo, l'elenco degli antenati di Gesù). Secondo il "Talmud", Yochanan ben Zakkai visse 120 anni, dal 40 a.C., fino all'80 d.C. La sua vita sarebbe suddivisa in tre improbabili periodi di 40 anni ciascuno, tra i quali solo nell'ultimo periodo avrebbe predicato. Sempre secondo il "Talmud", Yochanan aveva 6 discepoli (principali): Hanina ben Dosa (Anania figlio di Dosa), Eliezer ben Hyrcanus (Lazzaro figlio di Ircano), Joshua ben Hananiah (Giosuè figlio di Anania – vedi "Codice Gesù" di Robert H. Eisenman), Yosi (Iose, diminutivo di Giuseppe, Yosef in ebraico), Schiméon ben Nathanel (Simeone figlio di Nataniele/Natanaele) ed Eleazar ben Arakh (Eleazaro/Eleazzaro/Lazzaro figlio di Arakh). Il primo fra questi discepoli, Hanina ben Dosa, curò il figlio di Yochanan. Comunque il figlio del rabbino ("rabbì" in ebraico) Yochanan ben Zakkai morì prima del padre ("abbà" in aramaico antico, vedi il "Nuovo Testamento", il termine con cui Gesù il Cristo si riferisce al Dio degli Ebrei). Sono state avanzate diverse ipotesi circa l'identità di Yochanan e dei suoi discepoli. Zakkai, il padre di Yochanan, è stato identificato con Zaccheo il pubblicano neotestamentario di Gerico da Robert H. Eisenman in "Codice Gesù" ("The New Testament Code" in inglese). Molte altre teorie sono state avanzate [...]: per esempio Zakkai è stato identificato con Zaccaria, padre del Battista. Lo stesso Yochanan è stato identificato con Jehochanan me-Gush Halav (Giovanni di Giscala), con Giovanni Battista e con l'apostolo Giovanni Evangelista. [...] Giovanni di Giscala combatté con i rivoluzionari ebrei durante la Prima Rivolta Giudaica (vedi "Guerra Giudaica" di Tito Flavio Giuseppe), mentre Yochanan ben Zakkai si oppose ad essa. Giovanni Battista nacque nell'8 a.C. (vedi "I Figli del Graal" di sir Laurence Gardner) e morì sotto Tiberio (principe/imperatore dal 14 d.C. al 37 d.C.), mentre Yochanan nacque, almeno secondo il "Talmud", nel 40 a.C. e morì nel 80 d.C. Inoltre, Giovanni Evangelista morì intorno al 100 d.C. e scrisse il suo libro delle rivelazioni (vedi "Apocalisse di Giovanni" inclusa nel "Nuovo Testamento"), dopo l'80 d.C., data in cui morì Jehochanan ben Zakkai. È invece interessante il nome di uno dei discepoli di Yochanan ben Zakkai, Eliezer ben Hyrcanus. Eliezer è una variante di Eleazar. Dalla "Guerra Giudaica" di Tito Flavio Giuseppe (Yosef ben Mattàt) apprendiamo che nello stesso periodo di Eliezer, ossia durante la Prima Rivolta Giudaica, visse Eleazar ben Jair (Lazzaro figlio di Giàiro, identificato [...] con l'evangelico Lazzaro di Betania). Da Flavio Giuseppe sappiamo che Eleazar ben Jair discendeva da Giuda di Gamala (noto anche come Giuda di Galilea o Giuda il Galileo). Giuda era figlio di Ezechia che era [...] [un discendente del re asmoneo Ircano I] [...] (vedi "I Figli del Graal" di sir Laurence Gardner). La madre di Lazzaro di Betania, Eucaria (vedi "Vita di Maria Maddalena" di Rabano Mauro, "Leggenda Aurea" di Jacopo la Varagine e "I Figli del Graal" di Gardner), [era una] discendente degli Asmonei. Ircano pertanto era un nome di famiglia per Eleazar ben Jair (la cui identificazione con Lazzaro di Betania pare quanto meno plausibile, considerando la comune discendenza asmonea). Per quanto riguarda l'omonimo Eliezer, discepolo di Yochanan ben Zakkai, ricordiamo che viene chiamato "ben Hyrcanus", cioè "figlio di Ircano", anche se spesso il termine "ben" va tradotto come "discendente di". In ogni caso, se accettiamo che Eliezer e Eleazar possano essere la stessa persona, Ircano, padre di Eliezer/Eleazar, si sarebbe chiamato anche Jair/Giàiro? No, perché Jair era un titolo sacerdotale attribuito ai discendenti del mitico Ira lo Iairita2. Questa identificazione pertanto ci sembra la più plausibile tra quelle proposte»3.
2Cfr. B. Thiering, Gesù, l'uomo.
3A. Di Lenardo, Jochanan ben Zakkai, in http://it.wikipedia.org/wiki/Jochanan_Ben_Zakkai.
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08/09/2011
T. FLAVIO GIUSEPPE, "GUERRA GIUDAICA", LIBRO I, CAPITOLO I
Libro I:1 La guerra dei giudei contro i romani - la più grande non soltanto dei nostri tempi, ma forse di tutte
quelle fra città o fra nazioni di cui ci sia giunta notizia - alcuni la espongono con bell'arte, ma senza aver
assistito ai fatti e solo combinando insieme racconti malsicuri e disparati,
Libro I:2 mentre altri, che invece vi assistettero, ne danno una narrazione falsata o per compiacere ai romani o
in odio ai giudei, sì che nelle loro opere ricorre sempre ora un giudizio di condanna, ora di esaltazione, ma non
v'è mai posto per la verità storica.
Libro I:3 Mi sono allora proposto di raccontarla io agli abitanti dell'impero romano, traducendo in greco un mio
precedente scritto in lingua nazionale dedicato ai barbari delle regioni superiori. Sono Giuseppe figlio di Mattia,
di stirpe ebraica, sacerdote da Gerusalemme, che ho avuto parte attiva nelle prime fasi della guerra contro i
romani e poi ho dovuto assistere di persona ai suoi successivi sviluppi.
Libro I:4 - 2. Quando divampò questo immane conflitto i romani attraversavano un periodo di difficoltà, mentre il
partito rivoluzionario dei giudei era allora al culmine delle forze e dei mezzi e approfittò di quel momento di
confusione per insorgere, sì che per la gravità degli sconvolgimenti la situazione in Oriente destò negli uni
speranza di acquisti, negli altri timore di perdite.
Libro I:5 Infatti i giudei speravano che tutti i loro connazionali al di là dell'Eufrate avrebbero preso parte
all'insurrezione, i romani invece avevano preoccupazioni dai vicini Galli mentre nemmeno i Celti stavano
tranquilli; e poi alla morte di Nerone tutto piombò nel disordine, quando molti ne approfittarono per impadronirsi
dell'impero e gli eserciti aspiravano a diverse soluzioni della crisi per speranza di donativi.
Libro I:6 Mi è sembrato inammissibile veder offendere la verità nel racconto di eventi sì gravi, e che mentre i
Parti e i Babilonesi e i più remoti fra gli Arabi e i nostri connazionali al di là dell'Eufrate e gli Adiabeni potevano
esattamente sapere, grazie al mio scritto, come scoppiò la guerra, quali sviluppi ebbe e come si concluse, non
lo sapessero invece i greci e quei romani che non vi parteciparono, ridotti a leggere panegirici o fandonie.
Libro I:7 - 3. Eppure hanno l'ardire d'intitolarle storie, quelle, mentre non solo non vi raccontano nulla con
schiettezza, ma, io credo, falliscono anche lo scopo che s'erano prefissi. Si propongono infatti di magnificare i
romani, e perciò attenuano e minimizzano tutto ciò che riguarda i giudei;
Libro I:8 io però non vedo come potranno apparire grandi coloro che hanno vinto una nazione di poco conto;
non tengono poi nella dovuta considerazione né la durata della guerra, né l'entità delle forze romane che vi
s'impegnarono, né la levatura dei comandanti, che dopo aver tanto penato nell'espugnare Gerusalemme perdono
ogni lustro quando la loro impresa viene sminuita.
Libro I:9 - 4. Non è certo nelle mie intenzioni, contrapponendomi a coloro che magnificano i romani, di esaltare i
miei connazionali; mi propongo invece di esporre con fedeltà le imprese di entrambi; riservando però al mio
stato d'animo le considerazioni sui fatti e concedendo ai miei sentimenti lo sfogo del rimpianto per la rovina della
patria.
Libro I:10 Che a provocare tale rovina fu la discordia civile, che ad attirare la potenza dei romani, loro malgrado,
e le fiamme sul sacro tempio furono i capipopolo dei giudei, è lo stesso imperatore Tito ad attestarlo, lui che finì
per distruggere la città, ma che durante tutta la guerra aveva nutrito compassione per il popolo in balia dei
rivoluzionari, e spesso rinviò di proposito l'espugnazione della città prolungando l'assedio affinché i colpevoli si
ravvedessero.
Libro I:11 E se qualcuno non approvasse i miei sfoghi di condanna contro i capipopolo e le loro imprese
brigantesche, o di compianto sulle sciagure della patria, voglia perdonare il mio stato passionale pur se è
contrario alla regola della storia; infatti fra tutte le città soggette ai romani fu la nostra quella a cui toccò
d'innalzarsi al più alto grado di fortuna e di piombare poi nel baratro più profondo della miseria.
Libro I:12 Io credo che le sventure di tutti gli altri popoli a partire dall'origine dei tempi restino inferiori al
paragone con quelle dei giudei, che per di più non furono causate dallo straniero, sì che era impossibile
raffrenare il rimpianto. Se poi qualcuno vorrà giudicare senza troppa indulgenza le espressioni di rammarico,
metta pure in conto alla storia i fatti e allo storico i suoi lamenti.
Libro I:13 - 5. Del resto, potrei anch'io a buon diritto criticare quegli scrittori greci che, mentre sotto i loro occhi si
succedono eventi di sì grande importanza da rendere insignificanti, al confronto, le guerre dei tempi antichi, se
ne adergono a giudici severi disprezzando coloro che si affaticano a tesserne il racconto, mentre se pure li
superano nella composizione restano inferiori nella scelta della materia; essi scrivono la storia degli Assiri e dei
Medi come se gli antichi autori non l'avessero raccontata con sufficiente venustà.
Libro I:14 Eppure rimangono al di sotto dei predecessori non meno nel vigore dello stile che nella impostazione;
quelli infatti affrontavano il compito di scrivere ciascuno la storia dei suoi tempi, e perciò come l'aver vissuto i
fatti dava chiarezza alla narrazione, così il raccontare fandonie non trovava accoglienza presso un pubblico
informato.
Libro I:15 Certo lo scrivere la storia di eventi non ancora prima registrati e il tramandare ai posteri i fatti del
proprio tempo è opera degna di lode e di riconoscimento; e storico operoso non è quello che rielabora materiali
e schemi altrui, ma quello che, oltre a dire cose nuove, imprime la sua orma nel corpo della storia.
Libro I:16 E così a prezzo di molte spese e fatiche io, che sono uno straniero, presento ai greci e ai romani
questa memoria di grandi imprese: a loro quando si tratta di guadagni o di processi subito la bocca si spalanca
e si scioglie la lingua, mentre nel campo della storia, dove bisogna dire il vero e raccogliere i fatti con molta
fatica, essi tacciono lasciando a gente più umile, e che non è nemmeno informata, di scrivere le imprese dei
loro dominatori. Sia tenuta da noi in onore la verità della storia dal momento che essa è trascurata dai greci.
Libro I:17 - 6. Narrare dalle origini la storia dei giudei, chi sono e in quali circostanze uscirono dall'Egitto, quante
terre percorsero nel loro migrare, quante di volta in volta ne occuparono e come poi dovettero lasciarle, mi è
sembrato fosse ora fuor di luogo e per di più superfluo, perché da una parte molti giudei prima di me hanno
narrato con accuratezza la storia dei progenitori, dall'altra alcuni greci hanno tradotto quelle opere nella loro
lingua senza molto tradire la verità.
Libro I:18 Prenderò allora le mosse dal punto dove terminarono quegli storici e i nostri profeti. Esporrò più
ampiamente e con ogni possibile elaborazione i fatti della guerra del mio tempo, mentre gli avvenimenti di età
anteriore alla mia li accennerò succintamente.
Libro I:19 - 7. Racconterò come Antioco soprannominato Epifane, dopo aver espugnato Gerusalemme e averla
tenuta per tre anni e sei mesi, fu espulso dal paese ad opera dei figli di Asmoneo; poi come i discendenti di
costoro, contendendosi il regno, attirarono l'intervento dei romani e di Pompeo; come Erode figlio di Antipatro,
con l'appoggio di Sosio, mise fine alla loro signoria e come,
Libro I:20 dopo la morte di Erode, il popolo si ribellò al tempo in cui Augusto era imperatore dei romani e
Quintilio Varo governava la regione; come nel dodicesimo anno del regno di Nerone scoppiò la guerra, e i fatti
avvenuti sotto Cestio e i successi ottenuti dai giudei nei primi scontri.
Libro I:21 - 8. Racconterò poi come fortificarono le città vicine, e come Nerone, impensierito per i rovesci di
Cestio, affidò il comando supremo della guerra a Vespasiano, e come costui, accompagnato dal maggiore dei
due figli, invase il territorio dei giudei, e con quante milizie romane e ausiliarie operò in tutta la Galilea, e come
ivi alcune città le occupò con la forza, altre a seguito di trattative;
Libro I:22 a questo punto dovrò anche accennare alla mirabile disciplina dei romani in guerra e all'efficienza
delle legioni, e poi all'estensione e alla natura delle due Galilee, e ai confini della Giudea, alle caratteristiche del
paese, ai laghi e alle fonti che vi si trovano, e con fedeltà descriverò per ogni città i patimenti dei vinti, come io
stesso vidi e soffersi. Infatti non terrò celato alcuno dei miei miserabili casi, anche perché mi rivolgo a chi ben li
conosce.
Libro I:23 - 9. E racconterò poi come, quando già volgevano al peggio le sorti dei giudei, venne a morte Nerone,
e Vespasiano, che avanzava su Gerusalemme, ne fu ritratto dall'elezione imperiale; le premonizioni che di
questa egli ebbe e i rivolgimenti in Roma,
Libro I:24 e come contro il suo volere fu acclamato imperatore dai soldati e come, ritiratosi egli nell'Egitto per
prepararsi a prendere in pugno la situazione, i giudei si ribellarono e caddero in balia dei capipopolo, e le
sanguinose lotte fra costoro.
Libro I:25 - 10. Riferirò poi come Tito, muovendo dall'Egitto, invase per la seconda volta il nostro paese, come
raccolse le sue forze e dove e quante, e in quali condizioni al suo arrivo la città s'era ridotta per le lotte intestine,
e quanti attacchi egli sferrò e quanti terrapieni costruì, il circuito dei tre muri e le loro misure, le difese della città
e la pianta del santuario e del tempio,
Libro I:26 e inoltre di questi e dell'altare tutte le misure precise, e alcune usanze delle festività e i sette gradi di
purità, le attribuzioni dei sacerdoti, le loro vesti e quelle del sommo sacerdote, e qual era il luogo sacro del
santuario, senza nulla celare ma anche senza nulla aggiungere alle cose già rivelate.
Libro I:27 - 11. Poi dirò della crudeltà dei capipopolo verso i loro connazionali e della clemenza dei romani verso
una gente che era straniera, e quante volte Tito, desideroso di salvare la città e il tempio, invitò i ribelli a venire
a trattative. Darò un quadro distinto dei patimenti e delle sciagure sofferte dal popolo sia per la guerra, sia per le
lotte interne, sia per la fame prima di cadere in prigionia.
Libro I:28 E non tralascerò nemmeno le sofferenze dei disertori, né i tormenti dei prigionieri, e come il tempio fu
preda del fuoco contro il volere dell'imperatore, e quanti dei sacri cimeli furono strappati alle fiamme, e
l'espugnazione di tutta la città e i segni premonitori e i portenti che la precedettero, e la cattura dei capipopolo, e
il gran numero di quelli ridotti in schiavitù e la sorte di ciascuno di loro;
Libro I:29 e come i romani estinsero gli ultimi focolai della guerra e distrussero le fortezze della regione, e Tito
percorse tutto il territorio per ridurlo all'obbedienza, e il suo ritorno in Italia, e il trionfo.
Libro I:30 - 12. Tutta questa materia l'ho racchiusa in sette libri senza lasciar adito al biasimo o alla condanna di
chi conosceva i fatti o aveva partecipato alla guerra, e scrivendo per i lettori amanti della verità, non del diletto.
Inizierò il racconto dal primo punto del precedente sommario.
Libro I:31 - II, I. - Scoppiato un violento contrasto fra i notabili dei giudei al tempo in cui Antioco soprannominato
Epifane contendeva, con Tolemeo VI per il possesso di tutta la Siria (la lotta era per il primato, perché nessun
potente sopporta di esser soggetto ai suoi pari), Onias, uno dei sommi sacerdoti, avuto il sopravvento, esiliò
dalla città i figli di Tobia.
Libro I:32 Questi, rifugiatisi presso Antioco, lo supplicarono di servirsi della loro guida per invadere la Giudea. Il
re, che da tempo accarezzava un tale progetto, acconsentì e, messosi in marcia personalmente alla testa di un
poderoso esercito, espugnò la città e mise a morte un gran numero di simpatizzanti per Tolemeo; avendo
lasciato ai soldati mano libera per il saccheggio, fu egli stesso a depredate il tempio, e per tre anni e sei mesi
interruppe la celebrazione della offerta sacrificale quotidiana.
Libro I:33 Il sommo sacerdote Onias, che aveva trovato scampo presso Tolemeo, ottenne da lui un territorio nel
distretto di Heliopolis e vi costruì una cittadina che rassomigliava a Gerusalemme e un tempio simile; ma di ciò
torneremo a parlare a suo luogo.
Libro I:34 - I, 2. Ad Antioco non bastò di essersi insperatamente impadronito della città, né il saccheggio né
tanta strage, ma preso da irrefrenabile furore e ricordando le pene durate nel corso dell'assedio, costrinse i
giudei ad abbandonare i riti patrii non facendo più circoncidere i loro figli e sacrificando porci sull'altare;
Libro I:35 a queste imposizioni tutti cercavano di sottrarsi e quelli più in vista pagavano con la vita. E Bacchide,
il capo della guarnigione inviato da Antioco, unendo alla sua naturale ferocia gli empi comandi ricevuti, arrivò
alle forme più esasperate di prepotenza sia col torturare ad una ad una le persone più ragguardevoli, sia
rinnovando di giorno in giorno per tutta la città le scene di violenza della conquista, fino a che con le sue
sfrenate prevaricazioni istillò nelle vittime il coraggio della vendetta.
Libro I:36 - II, 3. Fu Mattia figlio di Asmoneo, uno dei sacerdoti del villaggio chiamato Modein, che armatosi
insieme coi suoi familiari - aveva cinque figli - uccise a pugnalate Bacchide. Subito dopo, temendo il gran
numero dei soldati della guarnigione,
Libro I:37 fuggì sui monti, ma quando a lui si unirono molti popolani si fece animo, discese, affrontò in battaglia i
generali di Antioco e li vinse, costringendoli a sgombrate dalla Giudea. Per questo prospero successo ottenne il
potere, e dopo averlo esercitato con il consenso dei connazionali per aver espulso gli stranieri, alla sua morte
lasciò il governo a Giuda, il maggiore dei figli.
Libro I:38 - I, 4. Questi, prevedendo che Antioco non sarebbe rimasto inattivo, raccolse un esercito nazionale e
per primo stipulò un trattato di amicizia coi romani; poi, quando l'Epifane rinnovò l'invasione del paese, lo
respinse con una dura sconfitta.
Libro I:39 Nel fervore della vittoria mosse all'assalto del presidio di stanza nella città, che non era ancora stato
espulso, e avendo costretto i soldati a sloggiare dalla città alta, li costrinse ad asserragliarsi in quella bassa,
cioè nella parte della città che si chiama Akras; impadronitosi del tempio, purificò tutto il luogo e lo circondò di
un muro, e avendo rifatto una nuova suppellettile per le cerimonie la introdusse nel tempio essendo quella
precedente contaminata, e costruì un altro altare e riprese a celebrare i riti sacrificali.
Libro I:40 La città aveva da poco richiamato in vita le sue sacre istituzioni, quando Antioco venne a morte
lasciando erede del suo regno e del suo odio contro i giudei il figlio Antioco.
Libro I:41 - I, 5. Questi raccoglie cinquantamila fanti, circa cinquemila cavalieri, ottanta elefanti e invade la
Giudea fino alla regione montuosa. Prende la cittadina di Bethsur, ma nei pressi della località che si chiama
Bethzacharia, dove il passaggio si restringe, Giuda gli si fa incontro col suo esercito.
Libro I:42 Prima che le schiere si azzuffassero Eleazar, fratello di Giuda, avendo fermato lo sguardo sul più alto
degli elefanti, che era sormontato da una grossa torretta con i merli dorati, e pensando che sopra vi fosse
Antioco, si spinse molto avanti ai suoi e apertosi un varco nella schiera dei nemici raggiunse l'elefante.
Libro I:43 Ma non poteva, per l'altezza, arrivare a quello che egli credeva fosse il re, e allora, dopo aver colpito
la bestia sotto il ventre, se lo fece crollare sopra e rimase schiacciato, non avendo compiuto nulla più che un
gesto di coraggio, posponendo la vita alla fama.
Libro I:44 Quello che montava l'elefante era in realtà uno qualunque, ma se anche fosse stato Antioco non
sarebbe riuscito ad altro che a dimostrare di saper affrontare la morte per la sola speranza di un'impresa
gloriosa.
Libro I:45 Ma la cosa per suo fratello assunse il valore di un presagio circa l'esito finale della battaglia; infatti i
giudei si batterono vigorosamente e a lungo, ma i soldati del re superiori di numero e assistiti dalla fortuna
ebbero il sopravvento; molti furono gli uccisi e Giuda con i superstiti si rifugiò nel distretto di Gofna.
Libro I:46 Antioco, entrato in Gerusalemme, vi si trattenne per pochi giorni; poi, per mancanza di vettovaglie,
dovette ritirarsi e, lasciato un presidio dell'entità che gli parve sufficiente, portò il resto dell'esercito a svernare in
Siria.
Libro I:47 - I, 6. Dopo la partenza dei re, Giuda non rimase inattivo, ma essendosi uniti a lui molti dei
connazionali e avendo raccolti i superstiti della battaglia si scontrò con i generali di Antioco presso il villaggio di
Acedasa, e dopo essersi distinto per valore e aver ucciso molti nemici cadde egli stesso. Pochi giorni dopo
anche suo fratello Giovanni trovò la morte vittima di una congiura dei partigiani di Antioco.
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24/08/2011
LO SCIOGLILINGUA DEI FRATELLI DI GESU'
Anni fa, quando credevo ancora all'esistenza storica di Gesù Cristo, mi avventurai nel folle tentativo di tracciare un albero genealogico della famiglia di Gesù. Oh, lo traccia. Anzi, ne tracciai più di uno. Ne tracciai moltissimi, man mano che venivo a conoscenza di tutte le tradizioni e le teorie – antiche e moderne – circa le sue presunte parentele.
Infine giunsi alla conclusione che non era possibile tracciare la sua reale genealogia poiché... egli non esisteva e ogni riferimento ai suoi presunti “fratelli” era contraddittorio. Anche questo mi porto alla conclusione che “Gesù” non era altro che il sincretismo fra la mitologia pagana e una sorta di parodia antisemita degli eroi della resistenza giudaica anti-romana.
Ecco perché.
Nel Nuovo Testamento (N.T.) si afferma che Gesù era ritenuto figlio di Giuseppe e di Maria e fratello di Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, oltre che di un imprecisato numero di sorelle. Da queste scarne informazioni fiorirono numerosissime altre tradizioni, orali, teoretiche o scritte, tradizioni controverse, ipotetiche, leggendarie, ma soprattutto contraddittorie. Ma nemmeno il N.T. È così sicuro: infatti questo stesso chiama talvolta Giuseppe, il fratello di Gesù, con il nome di Iose, o Ioses, il quale ha però anche la radice di Jêšû, o Iesus, come fa notare il qumranologo Robert H. Eisenman in una suo opera1. Inoltre, in un manoscritto del N.T., al posto di Giuseppe/Ioses/Iose compare il nome di Giovanni. Dal momento che, secondo la tradizione cattolica, i cosiddetti “fratelli di Gesù” sarebbero in realtà suoi cugini, ci si domanda se questo Giovanni, cugino quindi di Gesù, non sia Giovanni il Battista o Giovanni Evangelista, entrambi santi e anch'essi cugini del Cristo. Inoltre i nomi dei padri del Battista e dell'Evangelista suonano molto simili fra loro in ebraico: sto parlando di Zaccaria (Zekarya) e di Zebedèo (Zebadya). In questo punto non vi sembrerà strano che tre presunti fratelli/cugini diversi portino lo stesso nome, ma quando avrete osservato la lunghezza di questa lista di “coincidenze” capirete che il N.T. e la letteratura apocrifa e gnostica si riferiscono sovente agli stesi personaggi con nomi di versi, come intuisce la qumranologa Barbara Thiering in un suo libro2.
Tornando a Giovanni, figlio di Zebedèo, egli avrebbe scritto un vangelo (Vangelo di Giovanni3), proprio come un altro Giovanni, detto Marco (Vangelo di Marco4). Sia Giovanni Evangelista che Giovanni Marco non avrebbero scritto solo questo testo. Giovanni Evangelista era figlio di una donna di nome Maria (Maria Salomé, Maria di Salomé o solo Salomé), proprio come Giovanni Marco, il quale poi, secondo il N.T., è cugino di Giuseppe, detto Bàrnaba. Anche Giovanni apostolo (l'Evangelista), se cugino di Gesù, dovrebbe anche essere cugino di un tal Giuseppe (Ioses/Iose), il quale, secondo il N.T., la tradizione ortodossa e la moderna cristologia dovrebbe essere fratello di Gesù e quindi cugino di Giovanni apostolo. Pertanto sia Giovanni Evangelista che Giovanni Marco scrivono un vangelo, ma non solo, sono figli di donne di nome Maria e hanno un cugino di nome Giuseppe.
Il cugino di Marco, ossia Giuseppe, viene chiamato anche Bàrnaba, un nome che rimorta altri epiteti neotestamentari come Barabba, Barsabba e Barsaba. Giuseppe, detto Bàrnaba, infatti è protagonista dei canonici Atti degli Apostoli5 come Giuseppe, detto Barsabba, il quale viene anche soprannominato “Giusto”, proprio come Giacomo il Giusto, fratello di Giuseppe/Ioses/Iose secondo la letteratura apocrifa dell'infanzia e studiosi come Robert H. Eisenman, James D. Tabor, Barbara Thiering e Laurence Gardner. Inoltre l'elezione di Giuseppe il Giusto nella Chiesa di Gerusalemme avviene esattamente quando dovrebbe avvenire quella di Giacomo il Giusto, come sostiene Eisenman nel suo suddetto studio. Giacomo il Giusto è fratello di Gesù e di Giuseppe/Ioses/Iose, ma quest'ultimo viene identificato con Giuseppe Bàrnaba dalla Thiering nel suo saggio già citato, ed esiste una tradizione per cui Giuseppe Bàrnaba sarebbe fratello di Giacomo, Simone e Giuda, considerati come cugini di Gesù. Ma dal momento che Giuseppe, fratello di Gesù, viene chiamato Giovanni in un manoscritto del N.T., allora ci troviamo dinanzi ad un'altra “coincidenza”: questo Giovanni infatti sarebbe fratello di Giacomo, fratello di Gesù, esattamente come anche Giovanni Evangelista è fratello di Giacomo il Maggiore, il quale viene definito apostolo, esattamente come Giacomo il Giusto, fratello di Gesù. Me vi è un “terzo” apostolo di nome Giacomo, Giacomo il Minore, detto anche Giacomo d'Alfeo, il quale, secondo il Frammento Papia6, sarebbe fratello di Giuseppe/Ioses/Iose, di Taddeo e di Simone, e figlio di di Alfeo (Cleofa) e di Maria di Cleofa. Eisenman e Tabor identificano Giacomo di Alfeo con Giacomo il Giusto, fratello di Gesù, ma il primo storico si spinge anche oltre, identificandolo persino con Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni.
Nei vangeli sinottici si parla di poi di un “altro” Giacomo, detto anche questo il Minore, come l'apostolo, considerato fratello di un tal Giuseppe (chiamato anche Ioses o Iose) e figlio di una certa Maria, alla quale corrisponde nel Vangelo di Giovanni Maria di Cleofa e/o Maria, madre di Gesù. Questo Giacomo, identificato con Giacomo il Giusto, ricorda molto Giuseppe il Giusto, che secondo Eisenman altri non sarebbe se non Giacomo, il fratello di Gesù, chiamato anche, secondo questa teoria, Giovanni Marco. Ed ecco corripondere ancora una volta Giovanni (Marco) con Giuseppe (Barsabba Giusto), come nelle diverse varianti dei manoscritti del N.T. La Thiering inoltre sostiene che Giacomo il Giusto, fratello di Gesù e Giuseppe d'Arimatea sarebbero la stessa persona. Nella tradizione popolare Giuseppe d'Arimatea sarebbe parente di Maria Madre di Gesù, proprio come Maria di Cleofa, madre di Giacomo, Giuseppe, Taddeo e Simone, secondo il Frammento Papia.
All'apostolo Taddeo del Vangelo di Matteo7 e del Vangelo di Marco corrisponde Giuda di Giacomo nel Vangelo di Luca8 e negli Atti, così come a Taddeo, fratello di Giacomo, Giuseppe/Ioses/Iose e Simone, corrisponde Giuda, fratello di Giacomo, Giuseppe/Ioses/Iose e Simone. Taddeo, in altri manoscritti del N.T., viene chiamato Lebbeo, Lebeo nella tradizione apocrifa. Giacomo il Giusto invece è Oblias, affine a Libeo/Lebbeo. Giuda di Giacomo/Taddeo ricorda il Giuda, fratello di Giacomo della canonica Epistola di Giuda9, identificato con l'apostolo Giuda Taddeo dalla tradizione cattolica e venerato insieme a suo fratello Simone lo Zelota di Luca e Atti, il Simone il Cananeo (o Cananita) di Matteo e Marco, che altri non sarebbe se non Simone bar (“figli di”) Cleofa (Alfeo, Cleopa, Cleofe, Clopa o Clopas), figlio quindi del padre di Giacomo, Giuseppe/Ioses/Iose, Taddeo e Simone, gli stessi nomi dei fratelli di Gesù. Nel Protovangelo di Giacomo10 invece si nominano Samuele e Simeone, fra i fratelli di Gesù, figli di Giuseppe, fratello di Cleofa/Alfeo. Samuele e Simeone sarebbero sacerdoti, proprio come Giacomo il Giusto.
Tornando a Giuda, ritenuto da noi fratello di Giacomo il Giusto/Giuseppe Barsabba Giusto/Giuseppe Bàrnava, ricorda ragionevolmente il Giuda Barsaba degli Atti, il Thoda talmudico ed il nome Teuda (Theuda), il quale nell'apocalittica gnostica sarebbe padre di Giacomo il Giusto, cioè Giacomo di Alfeo, fratello di Taddeo e quindi di Simone lo Zelota. Taddeo, nell'Epistola degli Apostoli11, è chiamato “Giuda lo Zelota”, il che ricorda “Giuda il Cananeo”, epiteto dell'apostolo Tommaso, detto Didimo, chiamato Tomaso (sic) nella letteratura apocrifa dell'infanzia e Didimo Giuda Tommaso nel Vangelo di Tommaso12 e nel Libro di Tommaso13. Essendo “zelota/conaneo/cananita” sinonimo di “sicario” (da cui “Iscariota”), Giuda lo Zelota avrebbe potuto essere chiamato Giuda Iscariota (o l'iscariota), anch'egli apostolo, o con l'espressione giovannea de “l'altro Giuda”. Curiosamente anche Giuda Iscariota è fratello, o figlio, di un tal Simone, vale a dire Simone Iscariota, traducibile come Simone lo Zelota, o il Cananeo, fratello di Taddeo, e quindi anche di Giacomo e Giuseppe/Ioses/Iose. Diverse tradizioni islamiche voglio Giuda Iscariota, Simone il Cireneo o Simon Pietro come sostituto di Gesù sulla croce, mentre il sostituto di Giuda Iscariota sarà Mattia secondo gli Atti, altro nome di Giuseppe Bàrnaba, secondo la Thiering, che lo ritiene anche il fratello di Gesù chiamato Giuseppe, così come ritiene Silas (compagno e sinonimo di Saulo/Paolo) uno pseudonimo di Simone, fratello di Gesù. IL nome “Mattia” è una variante di “Matteo”, anch'egli apostolo, che ricorda il talmudico Mattai e viene identificato da Tabor con Giuseppe, fratello di Gesù. Giuseppe/Iose sarebbe figli di Alfeo per Papia, così come Matteo, detto anche Levi d'Alfeo.
Continua...
Si veda anche Contraddizioni cristologiche14 per un elenco riassuntivo di quanto fin qui esposto.
1R.H. Eisenman, Giacomo, il fratello di Gesù, Piemme.
2B. Thiering, Gesù, l'uomo.
3“San Giovanni Evangelista”, Vangelo di Giovanni.
4“San Marco Evangelista”, Vangelo di Marco.
5“San Luca Evangelista”, Atti degli Apostoli.
6Papia, Frammento Papia.
7“San Matteo Evangelista”, Vangelo di Matteo.
8“San Luca Evangelista”, Vangelo di Luca.
9“San Giuda Apostolo”, Epistola di Giuda.
10“Giacomo il Giusto”, Protovangelo di Giacomo.
11Epistola degli Apostoli.
12“Didimo Giuda Tommaso”, Vangelo di Tommaso.
13“Didimo Giuda Tommaso”, Libro di Tommaso.
14A. Di Lenardo, Contraddizioni cristologiche, in Biblistica.
09:56 Scritto da: gnosisveritas in BIBLISTICA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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09/08/2011
TUTTI I LIBRI DELLA BIBBIA
LEGGE:
-
Genesi
-
Esodo
-
Levitico
-
Numeri
-
Deuteronomio;
STORIA (i seguenti testi biblici vengono definiti “storici”, ma non nel senso convenzionale del termine: questo appellativo non fa di loro dei libri storici secondo l'accezione odierna):
-
Giosuè
-
Giudici
-
Rut
-
1° libro Re
-
2° libro Re
-
3° libro Re (1° libro Samuele)
-
4° libro Re (2° libro Samuele)
-
1° libro Paralipomeni
-
2° libro Paralipomeni
-
1° libro Esdra
-
2° libro Esdra,
-
Tobia
-
Giuditta
-
Ester
-
1°libro Maccabei
-
2° libro Maccabei;
SAPIENZA:
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Giobbe
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Salmi
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Proverbi
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Ecclesiaste
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Cantico dei Cantici
-
Sapienza
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Ecclesiastico;
PROFETI:
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Isaia
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Geremia
-
Lamentazioni
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Baruc
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Ezechiele
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Daniele;
PROFETI MINORI:
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Osea
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Joele
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Amos
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Abdia
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Giona
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Michea
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Naum
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Abacuc
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Sofonia
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Aggeo
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Zaccaria
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Malachia;
VANGELI:
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Matteo
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Marco
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Luca
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Giovanni;
-
Atti degli Apostoli (di Luca);
LETTERE DI SAN PAOLO:
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Romani
-
1° Lettera Corinzi
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2° lettera Corinzi
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Galati
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Efesini
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Filippesi
-
Colossesi
-
1° lettrera Tessalonicesi
-
2° lettera Tessalonicesi
-
1° lettera Timoteo
-
2° lettera
-
Timoteo
-
Tito
-
Filemone
-
Ebrei;
LETTERE APOSTOLICHE (O CATTOLICHE):
-
Giacomo
-
1° lettera Pietro
-
2° lettera Pietro
-
1° lettera Giovanni
-
2° lettera Giovanni
-
3° lettera Giovanni
-
Giuda;
-
Apocalisse (di Giovanni).
19:16 Scritto da: gnosisveritas in BIBLISTICA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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